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L’ultimo treno

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L’ultimo treno

La vittoria di Nicola Zingaretti in Emilia Romagna al primo turno del Congresso PD è stata netta. Al di sopra delle aspettative. Posizionandosi al 52,2%, contro il 32,5% di Martina e il 12,8% di Giachetti, Zingaretti si è guadagnato una larga maggioranza del voto dei circoli, segno che gli iscritti, il cuore più profondo del partito democratico, si sono già ampiamente “riallineati” con la nuova proposta del Governatore.

In alcune province, sia della Romagna (Rimini, Cesena) che dell’Emilia, Zingaretti ha superato il 55% sino a toccare il 60% del voto nei circoli; altro che cincischiare o traccheggiare, gli iscritti hanno chiesto un chiaro cambio di marcia.

Ora ci aspetta la sfida più importante, quella delle primarie aperte che dovrà chiamare a partecipare gli elettori, i simpatizzanti e chiunque desideri costruire un’alternativa a un governo che ha portato il paese alla recessione, che ha fatto tabula rasa di investimenti e sviluppo, e che promuove una regressione profonda dei diritti umani e civili.

E sono almeno tre i motivi per cui occorre consegnare una vittoria larga e robusta a Nicola Zingaretti, mobilitando entusiasmo, passione ed energie.

 

Primo. Ricucire il partito. Ricostruire una leadership.

Il partito democratico non può che essere largo e plurale, la combinazione di anime diverse che si ritrovano in un’unica leadership e in una cultura riformista che punta a rendere migliori le condizioni sociali ed economiche delle donne e degli uomini, accorciando le distanze tra chi sta meglio e chi sta peggio, senza compromessi né tentennamenti. Un partito trasversale che superi le correnti, le cordate e i personalismi, dove non si premia solo la fedeltà ma anche la competenza, l’energia, la capacità di produrre soluzioni, il ricambio. Non un partito di reduci, non un partito che si sposta a sinistra, con il righello alla mano, perché spostarsi al centro sinora non ha funzionato, non un partito zavorrato da smisurate ambizioni personali. Il nuovo PD dovrà avere una leadership inclusiva e non divisiva, determinata ma non solo dedita al comando, coraggiosa e autorevole, ma non arrogante.

 

Secondo. Cercare il giusto mix tra sviluppo e redistribuzione.

Il governo giallo-verde propone un immobilismo cieco, immagina un paese fermo, che torna indietro, che blocca qualsiasi slancio verso l’innovazione e il progresso. Disegna l’utopia di una decrescita felice, che in realtà si è già trasformata in recessione ed emorragia di posti di lavoro. Un governo, che pensa di dividere il lavoro che c’è, senza pensare di crearne di nuovo.  E invece il nostro paese ha bisogno di sviluppo e di innovazione, di regimi fiscali alleggeriti e di incentivi alla produttività. L’expertise e il sapere delle nostre imprese e dei nostri imprenditori non vanno costantemente umiliati. Solo così si avranno le risorse e le condizioni per promuovere anche - e in parallelo - politiche di redistribuzione e di giustizia sociale, politiche per le categorie più deboli. E’ certamente un bene che il governo abbia allargato la platea dei beneficiari degli aiuti contro la povertà col reddito di cittadinanza (benché lo abbia fatto sbilanciando tutto l’intervento sui centri per l’impiego che non c’entrano nulla con la lotta alla povertà), ma le grandi redistribuzioni si fanno se sono sostenibili, se sono circoscritte in modo da seguire uno ad uno i beneficiari coinvolti, e soprattutto quando contemporaneamente muovi le leve della crescita e degli investimenti. Se le offerte di lavoro rischiano di non arrivare perché l’economia ristagna, gli aiuti dello stato diventano immediatamente assistenza e dipendenza dallo stato.

In Emilia Romagna abbiamo cercato di miscelare crescita e solidarietà, giustizia sociale e spinta al cambiamento. I dati economici ci danno ragione; il Pil sale e la disoccupazione diminuisce. Ma, soprattutto la coesione sociale, la colla che tiene insieme i diversi pezzi delle nostre comunità è ancora presente.

 

Terzo. Dare un’opposizione solida e una nuova agenda per il futuro dell’Italia.

Con un leader legittimato, e non mille voci che si sovrappongono, l’opposizione parlamentare al governo diventa meno lasca, meno debole, più rilevante. Serve un leader per avere una linea politica robusta e senza ambiguità, serve un leader per disegnare i contorni di una agenda che rimetta in moto il paese e che parli di Europa, lavoro, ambiente e innovazione con parole chiare e non confuse. Serve un leader che ci faccia riagganciare ai bisogni di chi quotidianamente si imbatte in mille problemi. Serve una voce unica e messaggi riconoscibili dopo una fase troppo lunga di smarrimento e di irrilevanza del Partito democratico.

 

Le primarie del Partito democratico, il prossimo 3 marzo, saranno davvero uno spartiacque, si deciderà della possibilità di tornare a contare e di tornare a dare rappresentanza a tanti cittadini già delusi dalle promesse mancate di questo governo. E’ un ultimo treno da prendere al volo; non ci saranno molte altre occasioni. La posta in gioco è alta: si può finalmente voltare pagina, cambiare profondamente, recuperare dalla sconfitta e imparare dagli errori, riaccendere una speranza e parlare di futuro.  Nicola Zingaretti può farcela.

Pubblicato da : rightslider, elisabetta gualmini

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