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Legge di Bilancio 2019

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Legge di Bilancio 2019

Un record, la manovra del governo Conte l’ha già conquistato: è stata bocciata praticamente da tutti. L’Ufficio parlamentare di bilancio non ha validato le previsioni macroeconomiche “programmatiche” (che tengono conto dell’impatto della manovra). Banca d’Italia, ISTAT e Corte dei Conti hanno espresso critiche aspre, così come le organizzazioni sindacali e Confindustria. Non meno duri sono stati i giudizi dei governi e dei partiti “sovranisti”, teoricamente amici del governo giallo-verde: il premier austriaco Sebastian Kurz ha dichiarato che “l’Austria non è disposta a pagare i debiti degli altri stati” sostenendo che la “manovra è da cambiare, l’Italia non può diventare una seconda Grecia” e Alice Weidel, co-leader del partito nazionalista di estrema destra Alternative für Deutschland ha rincarato la dose definendo la manovra “folle” e “a spese della Germania”. Dulcis in fundo (si fa per dire) la Commissione UE, che il 23 ottobre ha deciso di respingere il Documento Programmatico di Bilancio invitando il governo italiano a riscriverlo e a ripresentarlo entro tre settimane.

È una situazione senza precedenti, apertamente ricercata da una maggioranza che ha bisogno dello scontro contro tutti per alimentare la narrazione di una “manovra del popolo” ostacolata dall’establishment. È una costante della narrazione dei populisti: il popolo contro le élites, l’Italia contro il resto d’Europa, il governo e la maggioranza contro le opposizioni nemiche degli italiani.

In realtà, le critiche interne ed esterne hanno diverse buone ragioni. La manovra, fondamentalmente, non sta in piedi.

Il problema più importante non è il deficit che viene programmato (2,4 per cento nel 2019, che scenderebbe a 2,1 per cento nel 2020 e 1,8 per cento nel 2021). Certo, la deviazione nei confronti delle regole europee è molto significativa e la credibilità dell’Italia come debitore non ne esce certo rafforzata. Nel 2019 dovremo piazzare 380 miliardi di titoli di stato e la fine del “quantitative easing” della BCE renderà più complicato farlo. Nell’Unione, però, non sono tanti i Paesi che possono ergersi a censori dell’Italia. La stessa Germania, che ha un bilancio pubblico in avanzo, ha una bilancia dei pagamenti in attivo per quasi 8 punti di PIL. Uno squilibrio che andrebbe sanzionato e corretto.

Il tema vero, semmai, è l’utilizzo di questo deficit aggiuntivo. Quattro quinti delle risorse della manovra se ne vanno per tre misure: la disattivazione degli aumenti di IVA e accise (12,4 miliardi. Nota bene: il blocco è solo parziale dal 2020 in avanti), il reddito di cittadinanza (7 miliardi) e quota 100 per le pensioni (7 miliardi). Sono misure di parte corrente, che entreranno in vigore in corso d’anno e, anche per questo, avranno un effetto piuttosto debole sulla crescita del PIL. Per gli investimenti pubblici c’è invece assai poco: 3,5 miliardi nel 2019 e, nel complesso del triennio, solo il 15 per cento del volume complessivo di interventi. Sono molto deboli anche le misure per stimolare gli investimenti privati: se il bonus per la ristrutturazione e la riqualificazione energetica viene prorogato, gli incentivi di Impresa 4.0 vengono ridimensionati, così come il credito d’imposta per la ricerca e sviluppo, mentre viene stoppato il credito d’imposta per la formazione 4.0. Il carico fiscale sulle imprese rimane invariato, perché a fronte dell’estensione del regime dei minimi per le partite IVA e dell’introduzione di una mini-IRES per chi reinveste in beni strumentali e personale, vengono abrogati l’Ace (Aiuto alla crescita economica) e l’Iri (Imposta sul reddito imprenditoriale). La crescita, insomma, è la grande assente di questa legge di bilancio, che si conferma una manovra puramente elettorale, priva di un respiro strategico e tutta piegata su misure finalizzate a massimizzare il consenso. Lega e M5s si sono spartite la torta, puntando ognuno a piantare la propria bandierina politica. Il conto, tanto, lo pagheranno le generazioni future: il debito alla fine del triennio sarà di almeno 110 miliardi più alto rispetto al livello di fine 2018.

Una cosa invece c’è, nella manovra: l’ennesimo condono fiscale. Lo chiamano “pace fiscale”, ma la sostanza non cambia. Chi ha pagato regolarmente, viene fatto fesso. Chi ha evaso, viene premiato.

In termini elettorali questo schema di gioco è sicuramente pagante. È però un gioco ad alto rischio.

Nell’immediato, il rischio più evidente è l’instabilità dei mercati finanziari. Prima delle elezioni politiche lo spread era a quota 134 punti. Oggi oscilla attorno a 300 punti. Nessuno, in Italia e all’estero, si fida fino in fondo di questo governo.

L’impennata dello spread sta producendo una serie di effetti a catena. Il primo è l’aumento del costo del debito pubblico. Il governatore della Banca d’Italia ha stimato un maggior onere di oltre 5 miliardi nel 2019, che salirebbero a 9 miliardi nel 2020 e 13 miliardi nel 2021. Un vero e proprio salasso, che nel terzo anno sottrarrebbe al bilancio pubblico risorse equivalenti a quanto viene stanziato per finanziare il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni. Il secondo effetto è la distruzione di ricchezza, a causa del calo degli indici azionari e obbligazionari: il 24 ottobre la Fondazione Hume di Luca Ricolfi ha stimato in 107 miliardi le perdite “virtuali” registrate sui mercati dal giorno di insediamento del governo Conte. Terzo, ma non certo ultimo punto in ordine di importanza: le banche, che hanno in portafoglio titoli di stato italiani per oltre 390 miliardi. Sono il vero anello debole del sistema. Gli stress test effettuati da EBA e BCE hanno dato risultati confortanti, se non fosse per due “piccoli” dettagli: i test si riferiscono ai dati di fine 2017 e si basano su uno spread a quota 220! Lo spread a quota 300 non può essere retto a lungo, pena la necessità di procedere a costosi interventi di ricapitalizzazione e, ancora peggio, la stretta del credito nei confronti delle imprese e delle famiglie.

Più in prospettiva, una manovra di questo tipo finirà per aggravare i nodi più preoccupanti del nostro sistema economico.

La crisi italiana è una crisi di lungo periodo. Deriva dalla stagnazione della produttività (a sua volta legata al crollo degli investimenti pubblici e privati e all’invecchiamento della popolazione) e dall’aumento delle disuguaglianze sociali. La politica economica dovrebbe concentrare le risorse su questi due problemi, evitando di scassare i conti pubblici e imboccando una traiettoria di sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. La manovra non fa nulla di tutto questo. Il reddito di cittadinanza, se verrà costruito sulle ceneri del Rei, diventerà una colossale occasione mancata per ridurre la povertà e l’emarginazione sociale. Quota 100 è una misura che taglierà fuori le lavoratrici e beneficerà soprattutto i dipendenti pubblici. Sarebbe stato molto meglio (e meno costoso) riprendere pari pari la proposta Damiano-Baretta. Il resto, vedi alla voce crescita, è sacrificato sull’altare delle prossime elezioni europee.

È un film già visto. Negli anni Ottanta. Ed è un film che non ha lieto fine, perché il conto lo stiamo pagando ancora oggi.

Pubblicato da : antonio misiani, middle

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