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KEYNES O REGAN? LA SFIDA DI UN PROGRAMMA PER LA PIENA OCCUPAZIONE

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KEYNES O REGAN? LA SFIDA DI UN PROGRAMMA PER LA PIENA OCCUPAZIONE

La discussione sul Def presentato dal governo Lega/5Stelle come cornice alla legge di stabilità per il 2019 si è concentrata sul deficit al 2,4 del Pil. Ma il problema non è tanto il deficit in sé – come sembrano pensare, da fronti opposti, i cultori del debito ad oltranza e le vestali, presenti anche nel PD, della pura e semplice stabilità dei conti pubblici – quanto la composizione della manovra di finanza pubblica che esso sottende. Al di là, infatti, delle numerose beffe che la lettura del Def sta facendo emergere (per esempio la scomparsa di detrazioni fiscali importanti per le famiglie o della Naspi per i giovani disoccupati utilizzata per finanziare in parte le nuove misure), dalla composizione ipotizzabile della manovra trapela un forte squilibrio in favore della spesa corrente e a danno della spesa in conto capitale e per gli investimenti, squilibrio risultante dalla somma dei trasferimenti monetari (in cui si traducono la falsa quota 100 per le pensioni e il cosiddetto reddito di cittadinanza) e delle numerose riduzioni fiscali, tra cui l’embrione di flat tax, le quali costituiscono spesa corrente indiretta. Tale squilibrio mostra un’assonanza non con Keynes – come pretenderebbe il ministro Savona – ma con Reagan. Non siamo, infatti, di fronte alla concentrazione di risorse nella creazione diretta di lavoro e negli investimenti produttivi – questi sì finanziabili anche in deficit – che Keynes e i keynesiani come Hansen, Meade, Minsky auspicavano per affermare la piena e buona occupazione, in quanto rimedio alla tendenza strutturale del capitalismo al sottoutilizzo dei fattori fondamentali della produzione, lavoro e capitale. Siamo invece di fronte alla riproposizione di forme di supply side economics, tanto cara a Reagan e a Bush, in cui è del tutto rimossa la necessità di fare i conti con i problemi strutturali del paese, compresa la sua bassa propensione a creare lavoro, perché ciò a cui ci si affida è spesa corrente, per di più finanziata in deficit, consistente in benefici fiscali e trasferimenti monetari – quale è anche il reddito di cittadinanza – tali da non scalfire il dogma dell’autoregolazione del mercato, con lo Stato usato solo come Pantalone e non come soggetto strategicamente innovatore, in uno spirito sostanzialmente a favore di un mondo autonomo minuto (con la grande impresa, gli investimenti in ricerca e innovazione, la scuola e l’Università del tutto trascurati), affidando il rilancio dello sviluppo prevalentemente al Nord e lasciando ulteriormente ai margini il Mezzogiorno (per il quale è sparita la riserva di investimento del 34%), compensato con elargizioni assistenzialistiche.

Questa riedizione di vecchi approcci – alla faccia del tanto strombazzato cambiamento! – è tanto più sconcertante se riferita alla gravità della situazione globale odierna, per la quale in molti denunziano i segnali del probabile scatenarsi di una nuova grande crisi, dopo quella, gravissima, del 2007/2008 in realtà mai davvero finita. Si consideri un segnale in particolare: il debito globale totale (pubblico e privato), invece di diminuire come era negli auspici, dal 2008 ad oggi è aumentato di 72mila miliardi di dollari e ne è anche vertiginosamente cresciuta la rischiosità, poiché la sua emissione è prevalentemente avvenuta attraverso corporate bond con rating speculativo e con minore protezione contrattuale, di cui hanno fatto incetta l’universo del risparmio gestito e i fondi di investimento, meno vincolati dalle regole prudenziali a cui sono state sottoposte le banche. La ripresa mondiale poggia, dunque, su basi estremamente fragili, il suo motore è chiaramente drogato dal debito, la sua caratteristica di fondo è l’accumulo di “bolle”: immobiliari, finanziarie, bancarie, petrolifere. La stessa forte ripresa statunitense avviene al prezzo di un incremento sostenuto di un deficit pubblico già molto elevato, di tassi di interesse reali molto bassi e di un mercato azionario segnato da rendimenti esponenziali (il 16% in media negli ultimi 5 anni, il 22% nel solo 20017) in grado di generare proventi anomali per un totale di 10 trilioni di dollari, il che sottende un’ulteriore espansione del debito privato. Tratti analoghi si rintracciano anche in altri contesti, dal Giappone alla Cina, a molti paesi emergenti. In Europa, mentre si prepara la fine del quantitative easing, la crescita rimane anemica ed è elevatissimo lo scarto tra il volume di lavoro desiderato e quello reso disponibile da parte delle imprese. Ovunque risultano accentuati i rischi, la volatilità dei tassi di cambio, la vulnerabilità agli shocks esterni, anche perché, mentre gli investimenti calavano drasticamente, i profitti hanno continuato a crescere: nel secondo trimestre del 2018 i profitti sono cresciuti negli Usa del 16% grazie al condono per il rimpatrio dei capitali di Trump e al suo taglio fiscale a vantaggio degli utili societari, i quali hanno trasferito 1500 miliardi di dollari dal bilancio federale, con un incremento del deficit di pari ammontare, alle grandi Corporations, premiando per un quarto del totale i redditi annui superiori al milione di dollari, il che ci parla di quello che ci aspetterebbe in Italia se la reaganiana flat tax leghista venisse realizzata integralmente.

È tutto ciò che si intende quando si parla di tendenze alla secular stagnation che persistono: non tassi di incremento del PIL quantitativamente bassi o nulli (che in effetti non si verificano, come invece si aspetterebbero gli scettici a proposito di tale teoria),  ma, con le parole di Larry Summers, una “crescita ordinaria realizzata mediante politiche straordinarie e speciali condizioni finanziarie”, le quali incoraggiano il rischio abnorme, un indebitamento malsano, la formazione di bolle che, a loro volta, pongono le premesse per nuove crisi. Nel momento in cui i populismi dilagano e emergono varie somiglianze con gli anni ’30 del Novecento, qui andrebbe collocata la vera sfida odierna: mettere meglio a fuoco questo aspetto fondamentale del funzionamento del capitalismo e cioè la “problematicità del suo processo di investimento” e la difficile connessione tra “problematica degli investimenti e destino del lavoro”, una connessione per la cui fragilità strutturale certo non costituisce risposta il combinato disposto flat tax/reddito di cittadinanza (con tanto di accompagnamento di condono fiscale) caro al governo italiano gialloverde, in cui il neoliberismo si mostra all’opera intrecciato con il populismo e il sovranismo. 

La connessione tra “rilancio degli investimenti pubblici” e “riscoperta del lavoro” manca del tutto nell’operare del governo Salvini-Di Maio. Più specificamente ciò che manca al governo gialloverde è una visione generale ancorata a un progetto strategico di riscatto e di rinascita del Paese, surrogata dall’alimentazione fascistoide delle ansie e delle fobie razzistiche provocata da Salvini e dall’affastellamento di misure tradizionali e prive di incisività (politiche attive del lavoro, formazione, decontribuzione, incentivi fiscali, ecc.) sul lato “sociale” a cui è dedito Di Maio. Occorrerebbe, invece, un eccezionale slancio della fantasia e dell’intelligenza per identificare una “riforma chiave” che faccia da baricentro e da catalizzatore per tutte le problematiche che si agitano. Anche la sinistra vi troverebbe un laboratorio con cui liberarsi dalla soggezione a un blairismo più o meno vetero, magari rieditato sotto forma di macronismo e di indistinto “repubblicanesimo”. Ciò che ci si ripropone come cruciale, infatti, è la profondità della trasformazione a cui dobbiamo aspirare.

Una “riforma chiave” di tal fatta – il pilastro di una “politica della speranza” opposta alla “politica della paura” in cui indulgono le destre – è un Programma per la piena occupazione, un Piano del Lavoro ispirato al New Deal di Roosovelt che assuma la questione della disoccupazione non come un “fallimento del mercato” tra gli altri, ma come la contraddizione fondamentale ricorrente del capitalismo finanziarizzato. Bernie Sanders negli Usa fa sua la prospettiva del “lavoro garantito” e punta a schierarvi l’intero Partito Democratico. Da noi la scala corretta a cui collocare il Piano del lavoro è quella europea, perché esso contiene intrinsecamente non un angusto sovranismo ma un rilancio della dimensione e della sovranità continentale non nazionale. Per l’Europa e per l’Italia, infatti, costituisce un problema ma anche una straordinaria opportunità lo sviluppo di una domanda interna troppo coartata dal prevalere del mercantilismo che la Germania ha imposto a sé stessa e ai suoi partner. Per l’Europa e per l’Italia I bisogni dei cittadini possono costituire un volano prodigioso di sviluppo.

Il Programma per la piena occupazione configura qualcosa di drasticamente diverso dalle scelte che sono diventate standard – anche nelle versioni temperate del neoliberismo prevalse a sinistra, come quella adottata da Renzi che non a caso, pure lui, continua ad affidarsi al mantra della riduzione delle tasse – dopo la fine del “trent’anni gloriosi”: politiche attive del lavoro, occupabilità dei lavoratori, decontribuzioni spinte, benefici fiscali. Un grande piano per il lavoro prevede un mix di investimenti pubblici e investimenti privati, ma anche lo Stato “occupatore di ultima istanza" (secondo le indicazioni di Keynes, Minsky, Atkinson e tanti altri), offrendo lavori pubblici utili socialmente, anche temporanei, al salario minimo legale ai disoccupati che cerchino e non trovino lavoro o per integrare l’occupazione di coloro che abbiano un lavoro parziale involontario. Solo così si può tornare a prendere nuovamente sul serio l’obiettivo della piena occupazione – eluso dalla maggior parte dei paesi OCSE dagli anni ’70 – facendo sì che i governi offrano anche “lavoro pubblico garantito” agendo come employer of last resort. Al contrario, predisporsi alla jobless society creata dal funzionamento spontaneo del capitalismo – l’argomento fallace con cui molto sostengono il reddito di cittadinanza – equivarrebbe a non frapporre alcun argine alla catastrofe.

La creatività istituzionale del New Deal, con Agenzie pubbliche vigorose in molti campi di attività, così come l’inventiva del Piano del lavoro della CGIL del 1949 e quella con cui Ernesto Rossi – uno dei promotori del Manifesto di Ventotene per l’Europa – coniugava la sua proposta di “Esercito del lavoro” alla generalizzazione del “servizio civile”, possono essere le fonti di inesauribile modernità a cui ispirarsi. Una mobilitazione di energie fuori del comune andrebbe sollecitata in tutti i settori e in tutte le direzioni. Non dobbiamo dimenticare che l’anima del New Deal di Roosevelt furono straordinari progetti collettivi (quali l’elettrificazione di aree rurali, il risanamento di quartieri degradati, la creazione dei grandi parchi, la conservazione e la tutela delle risorse naturali) piegati al fine di creare lavoro in vastissima quantità e per tutte le qualifiche (perfino per gli artisti e gli attori di teatro) attraverso i Job Corps – le “Brigate del lavoro”  –,  identificando per questa via nuove opportunità di investimento e di dinamismo per l’intero sistema economico. È questo il varco da cui oggi si può sollecitare la svolta da un modello di sviluppo malato – basato sulla droga delle “bolle” finanziarie e immobiliari, dell’incremento esponenziale di valore degli asset e dell’indebitamento speculativo privato – a un nuovo modello di sviluppo, orientato a benessere umano e civile, rivoluzione verde, rigenerazione urbana e riqualificazione dei territori, immigrazione integrata, invecchiamento demografico, salute, istruzione e Università, beni culturali.

Pubblicato da : Laura Pennacchi, rightslider

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