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Il piano Savona, riforme europee ed utopie possibili

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Il piano Savona, riforme europee ed utopie possibili

Tutto si può dire del Ministro Paolo Savona tranne che non sia un uomo abituato alle discussioni, pure vivaci.

Le sue posizioni sull’Euro e sull’Unione Europea sono, per usare un eufemismo, abbastanza critiche, tanto da impedirgli di sedere sulla poltrona più importante di via XX settembre.

Sarebbe però riduttivo – sia per l’intelligenza dell’uomo sia per la sua lunga e non sempre lineare storia politica e accademica – considerare le riflessioni di Paolo Savona come il frutto di semplice euroscetticismo o, addirittura, populismo. Il Ministro ha definito due possibili linee strategiche che, a suo avviso, possono aiutare l’Italia a uscire dalla lunga crisi in cui si trova e a configurare un nuovo rapporto fra istituzioni europee, cittadini e stati nazionali.

Del piano B (che prevede l’uscita dall’Euro e, di fatto, la disintegrazione della UE) si è parlato fin troppo, mentre la proposta A, molto più interessante e approfondita, è stata oggetto solo di un dibattito fra europarlamentari, peraltro non pubblico. In questo Piano A, che Savona intitola “Una politeia per un’Europa diversa, più forte, più equa”, l’autore traccia tre linee guida principali: una di ordine economico, una di ordine istituzionale e una di ordine monetario. Andiamo ad analizzarle.

 

Nella prima parte del documento Savona critica, inserendosi in una tradizione accademica condivisa da molti economisti progressisti (a partire da Thomas Piketty), i famigerati parametri di Maastricht, ovvero il rapporto tra debito e PIL al 60% e il temutissimo deficit/PIL al 3%. Secondo Savona in particolare il secondo vincolo non ha alcuna ragionevolezza economica e, anzi, ha contribuito a stringere gli Stati Europei in una spirale di austerità regressiva che, oltre a non garantire una adeguata crescita economica, ha inibito le possibilità di spesa pubblica degli Stati. Nulla di nuovo, il Trattato di Maastricht è stato ampiamente criticato anche dal Gruppo Socialista al Parlamento Europeo, nonché da alcuni insospettabili come l’ex Commissario Almunia; addirittura i suoi principali ideatori - alcuni funzionari del ministero delle finanze francese - l’hanno sconfessando ammettendo, un paio d’anni fa, che le due percentuali non furono frutto di un rigoroso calcolo econometrico ma, molto semplicemente, rappresentavano, con buona approssimazione, l’andamento dell’economia d’oltralpe sul finire degli anni ottanta.

 

La seconda considerazione muove dalle difficoltà istituzionali dell’Unione Europea e, nello specifico, dal complesso rapporto fra Commissione, Parlamento, Consiglio e Banca Centrale. Savona evidenzia come dei vari obiettivi identificati dal Trattato di Lisbona (stabilità dei prezzi, crescita, sviluppo e occupazione), si sia perseguito con efficienza quasi tetragonale solo il primo, dimenticando - o non avendo gli strumenti per - tutti gli altri. Pure qui non siamo davanti a nulla di particolarmente sovversivo o nuovo: la necessità di riformare i bizantinismi burocratici europei è stata avanzata a più livelli (in ultimo nel rapporto dei Cinque Presidenti, Parlamento, BCE, Consiglio, Commissione ed Eurogruppo), con una serie di opzioni tecniche che vanno da una blanda revisione delle competenze, a un totale capovolgimento dell’architettura europea con - ad esempio - l’elezione diretta del Presidente della Commissione e il superamento del dualismo fra Parlamento Europeo e Consiglio.

 

Il terzo passaggio è quello che, in ottica politica, appare il più interessante: Savona, di fatto, propone una revisione dello statuto della Banca Centrale Europea che la trasformerebbe da mero guardiano dell’inflazione a “prestatore di ultima istanza” per i debiti sovrani europei; in questo modo la BCE assumerebbe un ruolo molto simile a quello della Federal Reserve Americana e della Banca del Giappone. Si tratterebbe di un cambio di paradigma di dimensioni colossali per l’Unione Europea, fino a oggi - infatti - gli stati più “ricchi” (con capofila la Germania) hanno sempre rifiutato qualsiasi proposta di messa in comune del debito pubblico, difendendo a spada tratta la discrasia tra politiche fiscali nazionali e politica monetaria “europea”. La proposta di Savona tocca nel vivo la grande contraddizione che sta alla base dell’impianto europeo moderno e, per l’ennesima volta, non si discosta molto da risoluzioni, testi e studi già ampiamente discussi e votati, almeno dal 2008/2009, dal Gruppo Socialista al Parlamento Europeo.

 

Insomma, il Piano Savona, volendo essere riduzionisti, è in linea con le proposte medie dei progressisti europei degli ultimi dieci anni, non contiene niente di nuovo e - soprattutto - non è per nulla in linea con le proposte “sovraniste” di Marine Le Pen o Viktor Orban, anzi, spinge per una Unione sempre più integrata ed efficiente. La vera domanda, semmai, è perché proposte di questo tipo - in Italia - siano diventate appannaggio della destra estrema o di vari gruppuscoli sovranisti velleitari.

Pubblicato da : rightslider, nicolo carboni

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