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La complessa visione della diseguaglianza

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La complessa visione della diseguaglianza

In conseguenza dei gravi effetti della crisi globale del 2007/2008 e del conseguente esplodere dei populismi e delle minacce portate al cuore dei processi democratici, la problematica eguaglianza/diseguaglianza sembra essere fuoriuscita dal dimenticatoio in cui l’aveva confinata il neoliberismo dominante e in cui Ermanno Gorrieri denunziava fosse caduta fin dalla fine degli anni ’90 del Novecento, quando la sinistra europea, anche italiana, era soggiogata dal blairismo. L’oblio analitico è terminato solo grazie a lavori d’eccezione come quelli di Atkinson, di Stiglitz, di Krugman, di Piketty e di altri, ma politicamente la problematica tarda ancora ad imporsi con la forza che sarebbe auspicabile e necessaria.
 

Eppure, se non vogliamo fare della denunzia delle diseguaglianze un’altra retorica inconcludente, c’è un elemento cruciale su cui oggi – nella fase in cui la crisi assume sempre di più le caratteristiche della crisi “senza fine” e “permanente” – è necessario portare l’attenzione: l’intreccio tra analisi delle diseguaglianze e osservazione degli elementi strutturali del funzionamento dell’accumulazione e della produzione del sistema economico capitalistico. Il che costituisce la prima ragione per cui non ci si può limitare a considerare la pur importante redistribuzione – specie quella per via fiscale – ma occorre prendere in esame un complesso di idee mirate a incidere direttamente sulle strutture economiche, sociali, istituzionali.Tale intreccio è, in effetti, molto importante e la sua analisi è, viceversa, parzialmente mancata in molti autori, anche in Piketty, di cui sono indubbi i moltissimi meriti, a cominciare dalla contestazione della tesi che lo sviluppo economico conduca evolutivamente e spontaneamente al superamento delle diseguaglianze le quali, anzi, aumentano nel tempo, per di più assumendo un accentuato carattere “patrimoniale” derivante dalla relazione r > g (il saggio di rendimento del capitale supera sistematicamente il tasso di crescita), alla base del riprodursi di condizioni intimamente autocontraddittorie del sistema capitalistico.
 

Anche Piketty, però, si limita a una considerazione delle diseguaglianze come problema solo distributivo e redistributivo da trattare ex post, non anche problema allocativo da trattare ex ante perché attinente al funzionamento delle strutture, dell’accumulazione, della produzione, per il quale dobbiamo pensare alla giustizia e alle istituzioni democratiche in termini allocativi. Lungi da me l’intenzione di negare che la redistribuzione sia questione gravissima. Ma bisogna avere consapevolezza della profondità degli aspetti problematici del capitalismo che essa mette in gioco, il primo dei quali concerne il fatto che, se si punta a intervenire con le politiche redistributive a valle del funzionamento del mercato, una volta che il mercato ha redistribuito è molto difficile togliere i benefici a chi ritiene di averli meritati, il che chiama in causa quel che i laboristi inglesi chiamano preredistribution. Inoltre, posto che la “genialità”, se così vogliamo chiamarla, del neoliberismo è stata di inventare un nuovo elemento autonomo di domanda – il consumo finanziato con debito – oggi il problema cruciale è intervenire politicamente su quell’intreccio tra assetti produttivi, finanza e redistribuzione che ha creato un elemento autonomo di domanda sfociato in sovraconsumo. E questo è un problema di allocazione e di struttura. Con il neoliberismo la triade “lavoratore traumatizzato”, “consumatore indebitato”, “risparmiatore maniacale”, ricostruita da Riccardo Bellofiore, ha condensato in un unico meccanismo la sussunzione del mondo del lavoro alla finanza (comportante precarizzazione estrema), la fornitura di moneta e di liquidità a basso tasso di interesse da parte delle Banche centrali per spingere verso l’alto le quotazioni sui mercati azionari e soddisfare senza limiti la richiesta che “endogenamente” veniva dall’economia, l’autonomizzazione del consumo dal reddito e il suo gonfiamento tramite l’“effetto ricchezza” e il ricorso all’indebitamento, agevolato in modi anche perversi e trasformato, in conseguenza della compressione dei salari, nell’unica modalità con cui mantenere un adeguato tenore di vita. La crisi non è scoppiata come crisi di domanda, non è stata provocata dal sottoconsumo – al contrario c’era stato un iperconsumo – ma piuttosto dalla composizione dell’investimento.
 

Del resto, c’è qualche correlazione tra tali mancanze e tratti  “deterministici” della analisi di molti autori, la sbrigatività con cui vengono considerate le realizzazioni politiche – eredità del New Deal e della rivoluzione keynesiana – dei “trent’anni gloriosi” (rapidamente archiviate come una “parentesi” di eccezionale crescita in un trend di lungo periodo stagnante, senza chiedersi “chi” e “come” l’abbia generata e ”chi” e “come” l’abbia sovvertita), la insufficiente chiamata in  causa del neoliberismo (che è stato, invece, il movimento “politico” di destra che ha rovesciato i “trent’anni gloriosi”), in particolare delle sue specifiche responsabilità nella generazione e nell’esplosione delle diseguaglianze. Il problema del neoliberismo va preso di petto, anche per ciò che concerne le sue implicazioni sulla dimensione simbolica delle articolazioni democratiche e sui processi di soggettivazione e di costruzione delle identità individuali e collettive, come argomento nel mio recente Il soggetto dell’economia. Dalla crisi ad un nuovo modello di sviluppo (Ediesse). Le diseguaglianze non sono il destino naturale presupposto dal neoliberismo. Esse sono incapsulate in economie e società “costruite socialmente” e sono il frutto di scelte politiche. Per affrontarle con proposte valide per il presente e per il futuro dobbiamo “apprendere dal passato”, ponendoci due domande: 1) perché la diseguaglianza è caduta nel secondo dopoguerra in Europa? 2) perché il trend egualitario è stato rovesciato in uno disegualitario a partire dal 1980? Le risposte che dà il grande economista Anthony Atkinson – di recente scomparso, ma il cui insegnamento rimarrà scolpito nelle menti e nei cuori di molti di noi – sono nette. I fattori maggiormente esplicativi del periodo di riduzione delle diseguaglianze sono tutti politici: “il welfare state e l’espansione dei trasferimenti pubblici, la crescita della quota dei salari sul valore aggiunto dovuta alla forza dei sindacati, la ridotta concentrazione della ricchezza personale, la contrazione della dispersione salariale come risultato di interventi legislativi dei governi e della contrattazione collettiva sindacale”. E altrettanto politiche (anche se di segno opposto) sono “le ragioni che hanno condotto a un termine il processo di equalizzazione, rovesciando nel loro contrario i fattori equalizzanti”: tagli del welfare state, declino della quota dei salari sul valore aggiunto (con una responsabilità specifica dell’incremento della disoccupazione, che dalla fine degli anni ‘70 fu vertiginoso), crescente ampliamento dei differenziali salariali, minore forza sindacale, minore capacità redistributiva del welfare e del sistema di tassazione.
 

Nell’ultimo, bellissimo libro (Inequality) scritto prima di morire, anche per il presente Atkinson denuncia l’insufficienza quando non la fallacia delle misure standard (quali tagli delle tasse, intensificazione della concorrenza, maggiore flessibilità del lavoro, privatizzazioni), invoca “proposte più radicali” (more radical proposals) della pur necessaria tassazione della ricchezza finanziaria o della semplice insistenza sull’elevamento dell’istruzione della forza lavoro. Il primo tabù che egli infrange è che la globalizzazione impedisca di mantenere strutture fiscali progressive e imponga che le aliquote marginali siano sempre inferiori al 50%. Propone, per l’appunto, che il ripristino della progressività – violata dalle politiche neoliberiste a tutto vantaggio dei ricchi – preveda per i benestanti aliquote massime del 55 e perfino del 65%, con il ricavato delle quali finanziare un’espansione del welfare state e una redistribuzione egualitaria dei redditi.  Ed escogita tutta una serie di proposte “radicali”: quella – memore di quando nel 1961 nel Regno Unito vigeva per i giocatori di calcio una retribuzione massima di 20 sterline alla settimana, pari alla retribuzione media nazionale – che le imprese adottino, oltre che un “codice etico”, un “codice retributivo” con cui fissare anche tetti massimi alle retribuzioni dei manager pure nel settore privato. O quella di un programma nazionale di risparmio che offra ad ogni risparmiatore un rendimento garantito (anche tenendo conto che, tra le cause dell’incredibile aumento delle disuguaglianze, c’è la sproporzionata quota di rendimenti finanziari che va ai redditieri superricchi). O quella di un “reddito di partecipazione”, cioè di un beneficio monetario da erogare sulla base non incondizionatamente della cittadinanza (come è nell’ipotesi del “reddito di cittadinanza”), ma dell’apporto di un contributo sociale (lavoro di varia forma e natura, istruzione, formazione, ecc.). O quella – veramente decisiva – di tornare a prendere nuovamente molto sul serio l’obiettivo della piena occupazione – eluso dalla maggior parte dei paesi OCSE dagli anni ’70 – facendo sì che i governi operino come employer of last resort offrendo “lavoro pubblico garantito”.
 

Sono, dunque, cruciali tanto la questione del modello di sviluppo quanto, nel suo ambito, la problematica degli investimenti e della loro connessione con la questione del lavoro e con quella della distribuzione del reddito e della ricchezza, nella consapevolezza che il modello di sviluppo neoliberista – con la sua drammatica dissipazione di beni ambientali e la sua terribile sottoproduzione di beni pubblici e comuni – all’origine della crisi globale, è stato drasticamente messo in discussione dalla crisi stessa. Così le difficoltà della crisi “senza fine” – ivi compresi gli squilibri crescenti nella distribuzione del reddito – spingono a sollevare interrogativi basilari sul capitalismo in quanto tale, in particolare sulla problematicità del suo motore fondamentale di crescita e di sviluppo, il processo di investimento. Il che obbliga a risalire a ipotesi forti di democrazia economica (come si fa nel recente lavoro collettivo “Riforma del capitalismo e democrazia economica uscito da Ediesse), ricordando che più di un’eco della preoccupazione per quella che già a metà degli anni ’70 del Novecento appariva una renitenza strutturale del capitalismo all’investimento compariva nel Piano Meidner della socialdemocrazia svedese.
 

Qui va riscoperto Keynes e non per contrabbandare come keynesiano lo strappare “margini di flessibilità” all’”austerità” europea, senza rimettere drasticamente in discussione la logica del Fiscal Compact, per di più utilizzandolo per finanziare (in deficit) bonus e incentivi fiscali e non investimenti pubblici produttivi. Keynes proprio sulla questione degli investimenti ci ha lasciato alcuni tra i suoi più penetranti insights: nell’ultimo capitolo della Teoria generale egli individua i limiti fondamentali del capitalismo nell’incapacità di dare vita spontaneamente al pieno impiego e nella diseguale distribuzione del reddito e della ricchezza e parla di un’opportuna “socializzazione dell’investimento” per fare fronte alle carenze più gravi. L’influenza che lo Stato deve esercitare sulla propensione a consumare e sull’investimento privato non sarà sufficiente a contrastare una tendenza al ristagno che Keynes considera intrinseca al capitalismo: ad essa si può rimediare soltanto con una “socializzazione dell’investimento” di natura pubblica, spinta fino a ripristinare il pieno utilizzo di capitale e lavoro, realizzato il quale gli interessi privati possono tornare ad essere considerati in grado di guidare l’allocazione ottimale delle risorse. Minsky – tra i più geniali seguaci di Keynes – è più radicale, è rimasto irreversibilmente segnato dalla rivoluzionaria esperienza del New Deal, coglie un limite più profondo e più persistente del processo di investimento capitalistico, che collega all’assetto della finanza e all’instabilità strutturale del capitalismo, e estende la socializzazione dall’investimento alla banca e all’occupazione reclamando lo Stato come employer of last resort.
 

È significativo che proprio a questi grandi classici si riallacci la riflessione odierna sulla secular stagnation riproposta da Larry Summers e Paul Krugman. Così come è significativo che Atkinson poggi proprio su questi grandi classici la radicalità della sua determinazione a prendere nuovamente molto sul serio l’obiettivo della piena occupazione facendo sì che il governo agisca come employer of last resort e offra “lavoro pubblico garantito”. Il suggerimento di Atkinson è di fare perno sulla “piena e buona occupazione” non in termini irenici, ma nella acuta consapevolezza che la sua intrusività – la sua “rivoluzionarietà” – rispetto al funzionamento spontaneo del capitalismo è massima proprio quando il sistema economico non crea naturalmente occupazione e si predispone alla jobless society, lasciare libero spazio alla quale, però, equivarrebbe a non frapporre alcun argine alla catastrofe, anche e soprattutto in termini disegualitari. Collegata al rilancio della piena e buona occupazione è la proposta che “la direzione del cambiamento tecnologico” sia identificata come impegno intenzionale ed esplicito da parte dell’operatore pubblico, volto ad accrescere l’occupazione, e non a ridurla come avviene con l’automazione, e ad enfatizzare la dimensione umana della fornitura di servizi specie se pubblici, nella convinzione che le scelte delle imprese, degli individui e dei governi possano influenzare l’indirizzo della tecnologia (e anche per questa via la stessa distribuzione del reddito).
 

Da tutto ciò segue che abbiamo vitale bisogno di rinnovare le istituzioni democratiche e, in questo quadro, di uno Stato strategico il quale, oltre che indirettamente – mediante incentivi, disincentivi e regolazione –, interviene direttamente, cioè guidando e indirizzando intenzionalmente e esplicitamente con strumenti appositi. Mariana Mazzucato ricorda che lo Stato ha giocato un ruolo chiave nell’evoluzione del settore informatico, di internet, dell’industria farmaceutica e biotech, delle nanotecnologie e delle emergenti tecnologie verdi. Proprio l’estensione del cambiamento tecnologico e l’emergenza di nuovi settori mostrano che lo Stato non interviene solo per contrastare le market failures o per farsi carico della generazione di esternalità, ma rispondendo a motivazioni e obiettivi strategici. Infatti, l’operatore pubblico è l’unico in grado di porsi la domanda: “che tipo di economia e di società vogliamo?”. Oggi crollo degli investimenti e debolezza della domanda privata di lavoro fanno sì che le priorità più impellenti siano il lavoro e gli investimenti. In Europa, in particolare, la scarsità di investimenti, soprattutto da parte del settore pubblico, si configura come la questione centrale. Non a caso Atkinson collega la proposta di istituire un “reddito di partecipazione”  a quelle volte ad incidere sulla struttura economico-sociale e alla tensione verso il rilancio della piena occupazione. Questo lo differenzia profondamente da altri autori sostenitori del “reddito di cittadinanza” (un’ipotesi molto più ampia di quella degli “ammortizzatori sociali” o di quelle stesse di “reddito minimo” – che Atkinson appoggia – non solo per gradazione ma per qualità e natura, perché con esso si mira a garantire a tutti, per il solo fatto di essere cittadini di una comunità, un reddito universale e incondizionato).
 

Le ragioni che inducono a non optare per la strategia di “reddito di cittadinanza” non attengono solo a problemi di costo: questi sarebbero immensi – come ci ricordano le puntute critiche di Solow a Mc Govern – a fronte del più limitato ammontare che sarebbe richiesto da piani straordinari per la creazione diretta di lavoro per giovani e donne ispirati al New Deal di Roosevelt, come è stato documentato nel Libro Bianco “Tra crisi e grande trasformazione” da un gruppo di economisti da me coordinato, mobilitato per il Piano del Lavoro lanciato dalla CGIL fin dal febbraio 2013. Un costo così illimitato rende il primo semplicemente irrealizzabile e i secondi assai più credibili, bisognosi, però, di una volontà politica ben altrimenti radicale. Ci sono anche ragioni più sostanziali. Per esempio, la crisi globale sta avendo implicazioni drammatiche sulla disoccupazione e sull’occupazione e questo richiederebbe la mobilitazione di tutte le energie sulle problematiche del lavoro. Inoltre, le ipotesi di “reddito di cittadinanza” sono sostenute in prevalenza con il presupposto che esso assorba molte delle prestazioni monetarie e dei servizi del welfare state, il quale, al contrario, in una fase in cui l’austerità autodistruttiva riporta in auge le privatizzazioni innanzitutto della spesa sociale, andrebbe rafforzato e riqualificato. Infine, la motivazione con cui prevalentemente si giustifica il “reddito di cittadinanza” è del tipo “tanto il lavoro non c’è e non ci sarà”, con la quale, però, il “reddito di cittadinanza” viene a comportare una sorta di accettazione rassegnata della realtà così come è, quindi una sorta di paradossale sanzione e legittimazione dello status quo per il quale si verrebbe ad essere esentati dal rivendicare trasformazioni più profonde. Non è forse questa la convinzione di Guy Standing, il quale argomenta che il destino delle società occidentali è di essere “società senza lavoro”, per questo da compensare e da risarcire monetariamente con forme di “reddito di cittadinanza” che antepongano la rivendicazione del “reddito” a quella del “lavoro”?
 

Aggiungo che c’è anche da salvaguardare una concezione della giustizia e della democrazia antropologicamente connotata, una concezione che stressi, accanto alla libertà, l’eguaglianza e le capacità, care ad Amartya Sen. Mere ipotesi di trasferimento monetario da un lato esaltano la libertà (specie come libertà di scelta sul mercato) in termini tali da smarrire il suo rapporto con l’eguaglianza, dall’altro adottano una visione di eguaglianza (come mera parità formale dei punti di partenza) non all’altezza dell’impegno richiesto dalle capacità. Strumenti monetari tipicamente indifferenziati, elevati e generalizzati, che rischiano di proporsi come strumento unico con cui risolvere una marea di problemi aventi, viceversa, bisogno di policies articolate, mirate, concrete, non sono in grado di incidere davvero né sui problemi strutturali, né sulla volontà di rimettere al centro la giustizia. All’opposto, essi  possono rafforzare alcuni rischi: che i veri problemi odierni (in particolare l’incapacità del sistema economico di generare “piena e buona occupazione”) rimangano oscurati e che, in ogni caso, rispetto ad essi si sia spinti ad assumere un atteggiamento rinunciatario; che attraverso compensazione, riparazione, risarcimento, molto diversi dalla promozione vera, lo status quo risulti confermato e sanzionato; che l’operatore pubblico sia indotto alla accentuazione di una deresponsabilizzazione già in atto (per qualunque amministratore è più facile dare un trasferimento monetario che cimentarsi fino in fondo con la manutenzione, la ricostruzione, l’alimentazione di un tessuto sociale vasto, articolato, strutturato).
 

È tutto di fronte a noi, dunque, il compito di attrezzarci per riuscire ad intervenire sulle strutture e sui processi democratici profondi. Il primo atto da compiere è denunziare il depotenziamento e il depauperamento dello Stato indotti dalle lunghe pratiche neoliberiste minimizzanti e deresponsabilizzanti l’operatore pubblico, spinto da un lato a ridimensionarsi tagliando la spesa e esternalizzando le proprie attività, dall’altro a ricorrere solo a bonus e a voucher e a tagli delle tasse. Il neoliberismo ha drammaticamente deteriorato le abilità dello Stato e delle istituzioni nel fare fronte ai problemi, al punto che possiamo ritenere che un deficit istituzionale letale sia una delle fonti di quel “processo politico bloccato” che mina il dinamismo della ripresa. L’imponente arretramento dello Stato voluto dalle politiche neoliberiste – giustificato con l’esaltazione delle virtù della impresa privata e con la condanna pregiudiziale della amministrazione pubblica come forza al minimo inerziale – si è risolto con uno prosciugamento delle sue energie. Lo starving the beast ha talmente affamato la “bestia governativa” da averla quasi tramortita. Anche qui c’è una rottura da compiere in primo luogo a quel livello “cognitivo” e “discorsivo” di cui parlava Tony Judt. Ad esempio, là dove si è ammesso che il settore pubblico è risktaking ci si è subito chiesto come organizzare al meglio il pubblico, mentre non avere tale consapevolezza porta a tollerare o addirittura alimentare il degrado pubblico. Inoltre, per attrarre forze fresche e vitali un “discorso” nuovo – persino “esaltante” dice la Mazzucato – va proposto anche per ciò che i governi possono fare, perché il punto è: chi vorrebbe mai andare a lavorare in organizzazioni pubbliche dipinte come burocratiche, immobili, corrotte?
 

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Pubblicato da : Laura Pennacchi

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