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La Germania al voto, un'isola felice ma non troppo

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( © European Union 2012 - European Parliament )

( © European Union 2012 - European Parliament )

Un’isola felice ma non troppo: è questa la Germania di Angela Merkel, quella Germania ormai tentata dall’idea di voltare le spalle alla Cancelliera che fino a pochi mesi fa sembrava inamovibile, invincibile dai suoi concorrenti politici.
 

Pochi mettono in dubbio che la Germania, nel contesto europeo, sia un’isola felice. Infatti il paese unisce, in maniera ormai quasi unica, una grande forza economica e una solidità politica anch’essa ormai quasi senza eguali.Inutile dire dei successi dell’economia tedesca. Sono lontanissimi i tempi – nei primi anni duemila – in cui la Germania passava per il “malato dell’Europa”. Il tasso di crescita dell’anno scorso era quasi al 2%, la disoccupazione è scesa ai minimi, anche per i giovani si ferma all’8%, nell’export la Germania nel 2016 ha totalizzato un surplus di circa 260 miliardi di Euro, vale a dire l’8,5% del Pil, il debito pubblico si ferma al 68%, il deficit corrente è stato azzerato, gli interessi sui titoli di stato sono arrivati allo zero se non addirittura negativi, in altre parole: la Germania è uno Stato che ormai riceve gratis i soldi dei suoi creditori. Non stupisce quindi che circa l’80% dei tedeschi esprimono soddisfazione delle proprie condizioni di vita.
 

Anche guardando il sistema politico la Germania tende ad essere sempre più un caso unico. Fra i grandi paesi dell’Ue si presenta come l’unico con un governo stabile e con un sistema partitico in larghissima parte pro-europeo. La Spagna è retta da un governo di minoranza debolissimo, la Francia è guidata da un presidente arrivato all’apice dell’impopolarità e va incontro a elezioni in cui si teme una forte affermazione del Front National, la Polonia vede i populisti già al potere (e la sinistra completamente fuori dal parlamento), l’Italia è entrata in una nuova fase di instabilità dopo il referendum del 4 dicembre.
 

Ma anche paesi economicamente solidi come l’Olanda o l’Austria vivono, sotto l’attacco delle forze populiste, scosse politiche forti. Guardando l’Austria ci rallegriamo ormai del fatto che il nuovo presidente, Alexander Van der Bellen, ha vinto per il rotto della cuffia contro il candidato della FPÖ. E in Olanda è prevista è prevista un ottimo risultato di Geert Wilders alle elezioni di marzo: il suo Partito della libertà ha buone chances di arrivare primo.
 

Quest’anno ci saranno le elezioni in tre, forse quattro dei sei paesi fondatori dell’Ue: in Olanda, Francia, Germania, forse anche in Italia. In tre di questi paesi il discrimine fra forze europeiste e forze anti-europee o euro-scettiche avrà un ruolo preponderante nella contesa politica, con esiti anche rischiosi per la tenuta dell’Unione. Di nuovo la Germania fa l’eccezione. Certo, l’AfD è apparsa sulla scena, ma si trova davanti ad un fronte compatto di partiti saldamente europeisti che avrà una larghissima maggioranza anche nel nuovo Bundestag.
 

Malgrado la tenuta sia economica che politica della Germania sono però passati i tempi in cui la Cancelliera Merkel sembrava avere la garanzia di avere una rielezione sicura, di un altro mandato che le avrebbe permesso di arrivare a 16 anni di cancellierato. La gran parte dei tedeschi infatti saranno anche contenti del loro presente – ma paradossalmente allo stesso tempo i sondaggi ci dicono di diffuse preoccupazioni per il futuro, sia quello personale che quello del paese.

Infatti l’isola tanto felice non è. In Germania si è aperta fortemente la forbice fra i ricchi e il resto del paese. Ormai circa un quarto della forza-lavoro fa parte dei “workingpoor”, di quelli che vivono a stento del loro reddito. Ma anche vasti strati dei ceti medi sono rimasti al palo o si trovano addirittura impoveriti. Una parte di loro indirizza il suo voto versi i populisti di AfD, un’atra parte nelle ultime elezioni è rimasta a casa. Tutto ciò fino a poche settimane fa non preoccupava più di tanto la Merkel. Infatti la SPD sotto il suo leader Sigmar Gabriel sembrava inchiodata ad un misero 20%, incapace di insidiare la CDU e la sua pretesa di rimanere il perno di qualsiasi futuro governo.
 

Ma è bastato il cambio di leadership al vertice della SPD per far emergere tutta la voglia di cambiamento che si è diffusa nell’elettorato tedesco. È bastata l’incoronazione di Martin Schulz come candidato Cancelliere per fare schizzare la SPD di dieci punti percentuali nei sondaggi, in appena dieci giorni, mentre Schulz stesso supera in popolarità la Merkel. Non è un fenomeno Corbyn o Sanders: Schulz non rappresenta un radicale riposizionamento della socialdemocrazia tedesca. Non è il suo programma ma la sua persona che fa la differenza.
 

Infatti, anche prima di Schulz, una buona parte dei tedeschi  condivideva le istanze della SPD, tese a invertire la tendenza  - a cui la SPD stessa del resto aveva contribuito nei suoi anni di governo - di accrescere le diseguaglianze sociali. Il suo messaggio era condiviso, ma non era convincente nel trasmetterlo. Invece Schulz, di origini popolane, di un linguaggio chiaro e diretto, di un’oratoria trascinante, viene percepito come persona intimamente convinta del suo, del messaggio socialdemocratico. Va in giro a dire che vuole vincere le lezioni, che vuole diventare Cancelliere. Nei primi giorni – la SPD era indietro di 16 punti sulla CDU – passava quasi per megalomane. Ora, ad ogni sua apparizione in pubblico scatena gli entusiasmi della gente, in pochissimi giorni la SPD ha potuto contare su 5 mila nuovi iscritti, metà di loro sotto i 35 anni. L’effetto è sotto gli occhi di tutti: la campagna elettorale della SPD che sembrava persa in partenza, con un partito demoralizzato e sicuro della sua sconfitta, sarà giocata in attacco. In difesa invece si trovano di colpo la CDU e la sua leader Angela Merkel. Il risultato delle elezioni del 24 settembre certo non è scontato, ma che si sia riaperta la partita è una novità non prevista da nessuno.



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Pubblicato da : Michael Braun, rightslider

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