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La direzione del cambiamento

Di
(Fotot Dan DeLuca)

(Fotot Dan DeLuca)

 

C’è un paradosso che si aggira per il mondo: la destra mercatista e neoliberista  che ha marchiato a fuoco la qualità dello sviluppo degli ultimi decenni attraverso l’affermazione del pensiero unico si propone ora, con le opportune varianti dei populismi, come paladina del cambiamento necessario.
 

Il dramma è che non è detto che questa straordinaria operazione di trasformismo politico non riesca. Il “populismo” può diventare “popolare” se l’unica contromossa si ferma al giudizio morale, all’affermazione della superiorità del pensiero progressista versus la grettezza della semplificazione della destra.

Quello che è urgente è la capacità di mettere in campo una griglia di valori non solo astrattamente giusti, ma anche capaci di rispondere alle esigenze e alle ansie del mondo contemporaneo, delle persone in carne ed ossa, del Popolo appunto.
 

Non è impossibile farlo, certo occorre aggiornare molto del tradizionale bagaglio della sinistra, ma alcune scelte di fondo mantengono intatte la loro forza, a partire dalla esigenza di garantire una chance a tutti, scardinando i privilegi di pochi e sapendo che si può anche restare indietro senza per questo essere dimenticati.
 

Molto si è detto della insostenibilità dell’esplosione della diseguaglianza, della cancellazione della classe media, del progressivo ridursi della sicurezza e dello sviluppo, almeno nella parte di mondo che abitiamo.
 

La globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia certamente hanno prodotto anche un miglioramento relativo delle condizioni di alcune centinaia di milioni di individui, seppure con un corredo molto basso di diritti, ma nello stesso tempo sono aumentati gli squilibri, si sono concentrati enormi profitti nelle mani di pochi, non garantendo invece quella diffusione della ricchezza che è alla base di uno sviluppo equilibrato e duraturo.

Il cambiamento di questo stato di cose è altamente desiderabile e probabilmente ineludibile per la stessa sopravvivenza del sistema democratico, ma la direzione del cambiamento è cosa che ci riguarda, che non possiamo ancora una volta lasciare ad un nuovo nascente “pensiero unico” che per semplicità chiameremo populista.
 

Se non vogliamo assistere alla irresistibile ascesa di diffuse pratiche protezioniste che si nutrono ancora di nuove separatezze e steccati, magari un po’ più ampi rispetto agli anni recenti, ma comunque eretti a difesa dei privilegiati del mondo, dobbiamo mettere in campo un’alternativa che liberi nuove energie, che non si accontenti di gestire al meglio quel che c’è, che provi invece ad allargare il campo dei diritti, a ridurre le diseguaglianze, a ridare speranza alle grandi masse degli esclusi vecchi e nuovi.

Per provarci non c’è che una via, spingere sull’accelerazione dell’innovazione e riorientare il progresso tecnologico al compito di migliorare le condizioni generali e non solo di aumentare i profitti di pochi. Il progresso scientifico e l’innovazione possano influenzare e migliorare la qualità dei prodotti, il loro modo di fabbricarli, il funzionamento dei servizi pubblici e privati, l’efficienza dei processi e, in ultima analisi, la qualità della vita delle persone.
 

Se per la prima risposta è sufficiente avere il potere e la forza necessari per imporre nuove regole anche contro il diritto naturale, nel secondo serve la politica, serve rilanciare un modello di convivenza globale e di regole di base universalmente condivise e universalmente applicate.

Utopia? Non è detto se si è capaci di riconnettere i principi e la vita materiale delle persone.
 

La filosofia che trasuda dai programmi Industria 4.0 può costituire una base concreta per questo nuovo approccio.

La forza intrinseca della quarta rivoluzione industriale potrebbe aiutare a riscrivere su basi nuove e più adatte al futuro il vecchio patto alla base della Socialdemocrazia, quel compromesso tra libertà economica e stato sociale che ha caratterizzato la vecchia Europa.

In effetti alla base di questo nuovo paradigma c’è un potente motore economico. Gli ingenti investimenti, soprattutto concentrati nell’innovazione dei processi produttivi, cambiano la qualità della composizione organica del capitale investito, rendendo molto meno vincolante, ai fini della competitività, la componente dovuta al mero costo del lavoro.
 

Ne consegue che la quarta rivoluzione industriale sembra essere in grado di rappresentare una possibile alternativa alla delocalizzazione della manifattura nei paesi a più basso controllo sociale e con una soglia di diritti insostenibile alle nostre latitudini, ma allo stesso tempo offre a tutti un nuovo terreno di competizione basato sulla conoscenza e non necessariamente sullo sfruttamento dei più deboli.
 

Nei decenni recenti abbiamo semplicemente permesso che il capitale si spostasse liberamente là dove era più conveniente investire, tipicamente là dove un esercito sterminato di lavoratori senza potere e senza diritti si rendeva disponibile a costi bassissimi.

Questa pratica su larga scala ha prodotto un modello globale per il quale si immaginava che interi continenti avrebbero dovuto diventate la “manifattura del mondo”, ma non aveva messo nel conto che l’impoverimento relativo e l’esplosione della diseguaglianza nel nostro mondo avrebbe inceppato il sistema.

Il ripensamento non è solo teorico, che il vecchio ordine sia oggi rimesso in discussione lo si capisce anche dal fatto che negli ultimi due anni i paesi emergenti hanno sofferto di un saldo negativo nel flusso dei capitali dell’ordine di 1350 miliardi di dollari, e anche il 2017 sembra mantenere questa tendenza. Il terzo vettore mondiale di trasporto globale, la sudcoreana Hanjin, ha  recentemente dichiarato bancarotta e le sue 85 meganavi sono desolatamente abbandonate nei porti di mezzo mondo e l’intero settore è in difficoltà a causa della caduta del commercio globale.
 

Ma le trasformazioni non saranno confinate al settore manifatturiero, a titolo esemplificativo basta ricordare che già si intravedono mutamenti importanti: l’ Industria e servizi convergono, la logistica diventa un fattore essenziale della produzione manifatturiera, l’Infrastruttura fisica e il suo utilizzo intelligente sono un tutt’uno, i Big Data si spingono sino al limite di convertire gli individui in algoritmi,  le piattaforme internet generano un’economia della condivisione ancorché non regolata e fortemente squilibrata nei diritti/doveri, ecc.

Enormi possono essere le applicazioni nel terziario, nel commercio, nella pubblica amministrazione, nella sanità, nella finanza, nei servizi alle persone, nella tutela ambientale e paesaggistica.

Praticamente non esiste attività umana non suscettibile di subire un impatto formidabile dall’applicazione massiccia di nuova tecnologia. Una rivoluzione, appunto.

Naturalmente (e per fortuna) il processo non sarà istantaneo, la velocità di propagazione dipende da molti fattori, in primis dalla quantità degli investimenti attivati, dalla disponibilità di infrastrutture materiali di qualità come le reti di nuova generazione oltre ad un rigenerato sistema formativo che renda disponibili le professionalità necessarie.

Riuscire a governare con equilibrio ed efficacia questo processo sarà decisivo, visto che esserne tagliati fuori sarebbe esiziale.
 

Certo non esiste la certezza che il “nuovo ordine” faccia piazza pulita delle ingiustizie vecchie e nuove, ma altrettanto certamente può rappresentare un’occasione concreta per costruire un mondo con meno contraddizioni, con più libertà, più giustizia, maggiori opportunità di convivenza pacifica, più attenzione all’ambiente e alla qualità della vita delle persone.

Un’economia che accetti questo orizzonte deve fortemente investire sulla qualità del lavoro, non su il basso costo e l’alta intercambiabilità ma sul bagaglio di sapere e sulla fidelizzazione dei lavoratori.

Naturalmente molte cose sono destinate a cambiare anche per noi.
 

Servirà immaginare come ridisegnare alcuni aspetti importanti nei diritti del lavoro, ad esempio quale tutela realizzare per gli squilibri occupazionali che certamente si determineranno almeno nella fase transitoria, quale corredo indispensabile di ammortizzatori sociali e politiche attive, quale welfare universale e quali i canali del suo finanziamento, quale politica degli orari nell’accezione più ampia, non solo orari settimanali o giornalieri ma quanto tempo di vita dedicato al lavoro, quanto allo studio, quanto al soddisfacimento dei propri bisogni, quale diritto alla formazione continua per conservare il diritto alle opportunità, quale miglior strumento per  rappresentare e tutelare un mondo del lavoro che sarà ancora più polarizzato tra le sue condizioni estreme di alta specializzazione da un lato e il lavoro a basso valore aggiunto fortemente intercambiabile e quindi ricattabile dall’altro.

A questi titoli (e non solo a questi) occorrerà dare uno svolgimento, formulare ipotesi, proposte, in una parola darsi un programma che sostanzi una soluzione di “sinistra” per un nuovo ordine mondiale.

Per svolgere questo lavoro serve un po’ di tempo e la rinnovata capacità di saper ascoltare, serve avvalersi di tutte le competenze e le esperienze interne garantendo la piena circolarità delle idee, ma serve anche sapersi aprire alle competenze esterne, al mondo dell’università e della ricerca, dei corpi intermedi, del sapere diffuso.

Serve scegliere di mettersi a disposizione di tutti coloro che detengono il sapere e ancora non si sono rassegnato a vivere solo dell’oggi, rattrappiti  nel ristretto campo della propria convenienza immediata.


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Pubblicato da : Fabrizio Solari

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