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Il sogno addormentato: la socialdemocrazia umana

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(Foto di Natasha Wheatland)

(Foto di Natasha Wheatland)

*Alessandro Pirisi, Segretario Generali IUSY, Unione Internazionale Giovani Socialisti


Il sonno

Pochi giorni fa, Francis Fukuyama – il filosofo che dopo la caduta dell’Unione Sovietica teorizzò la celebre “fine della storia” – si è detto preoccupato per il futuro della democrazia.

Dietro l’ironia di questa affermazione possiamo ricostruire gli ultimi 25 anni di post-ideologia mondiale: il mondo sembrava aver messo il pilota automatico e il dibattito politico non si basava sul ‘cosa’ fare ma sul ‘come’ farlo. Mentre la destra neoliberale riusciva ad ergersi come l’unica guida intellettuale, tra carenza d’idee contrapposte e crescita economica data dall’apertura di nuovi imponenti mercati, la sinistra attraversava un continuo processo di reinvenzione dal quale è spesso risultata solo più confusa e indefinita. Si disse che il passo spedito della globalizzazione non avrebbe dato più tempo alla gestione collegiale e alla pianificazione pubblica, che l’efficienza privata avrebbe dovuto sostituire le macchine burocratiche di Stato mentre il mercato sarebbe dovuto rimanere libero da lacci e lacciuoli che ne impediscono la crescita. Quest’ultimo, nella conquista dell’egemonia culturale, si è nuovamente impossessato di ambiti che non gli competevano dai tempi del liberalismo ottocentesco, in una dimensione tale da portare il filosofo politico Colin Crouch a coniare il neologismo “post-democrazia”, cioè una democrazia svuotata di significato e autonomia, assoggettata a quella che potremmo senza problemi definire una oligarchia.

Il termine che però preferisco usare per questo stesso fenomeno è quello utilizzato dal professore di Harvard Michael Sandel, che parla del passaggio storico da “economie di mercato” (democratiche) a “società di mercato” (post-democratiche). Pur sembrando di poco conto, si tratta di una differenza sostanziale. L’economia di mercato, in sé, non è altro che il mero utilizzo di domanda e offerta come strumento per l’allocazione delle risorse. La società di mercato, invece, utilizza i valori del mercato stesso per guidare gli ambiti sociali. L’implicazione principale è stata la declinazione del merito in meritocrazia, che altro non è che il sinonimo più accettabile del darwinismo sociale. Il merito, così come l’efficienza, smettono di essere strumenti e mezzi per il raggiungimento del benessere umano, ma ne diventano il fine. Una società così delineata è per sua natura amorale e si astiene dal violare ciò che le regole del mercato ritengono automaticamente giusto perché efficiente e meritevole. In definitiva, la società non necessita più di una guida. In una società che si autoregola, l’amministrazione ordinaria e l’onestà degli individui rimangono gli unici criteri discriminanti, i soli valori condivisi, tra i candidati alla dirigenza della cosa pubblica ma che – è bene ribadirlo – non sono categorie politiche.

La società si atomizza attorno all’individuo, chiamato a sopravvivere solitario nella giungla della propria esistenza. L’unica sfera fuori dalle dinamiche di competizione rimane la famiglia, nella quale molti si rifugiano. La coscienza di classe (e con essa il conflitto sociale) perdono la loro ragione di esistere; pertanto la politica – l’arena collegiale dedicata alla risoluzione non violenta dei conflitti – diventa inutile.

La destra estrema affonda le sue radici qui, dall’umana incapacità dell’individuo di sottostare alla costante competizione imposta dal capitalismo senza una sfera sociale di protezione. La necessità d’identificarsi in qualcosa di più grande del proprio destino individuale è una caratteristica umana che il neoliberalismo, attraverso le proprie politiche, ha ignorato e oppresso, mentre la sinistra non è stata capace di fornire un’alternativa ideale di lungo termine. Così, politica dopo politica, gli sfortunati, gli sconfitti della competizione, i ‘non meritevoli’ si sono rinchiusi nella loro ‘mediocrità’ a covare il proprio risentimento verso una società che li ha esclusi.
 

A differenza delle merci, le persone escluse e fuori dal mercato possono usare il proprio voto come forma di ribellione, diventando prede facili delle forze eversive anti-sistema, le uniche a dare loro una identità. Ed ecco nascere così i populismi: da coloro che, autodefinendosi onesti, intraprendono la crociata contro i corrotti che li hanno ridotti in miseria, ai suprematismi di una razza, di un popolo o di una religione sulle altre. Sarebbe sbagliatissimo sottovalutare le cause di questo fenomeno. La propria identità, infatti, definisce il confine tra coloro che percepiamo come parte del “noi” e i “loro”, tra coloro verso i quali nutrire solidarietà e coloro con i quali si è in competizione. L’identità di branco è un istinto primordiale, eppure la sinistra, perdendo la coscienza di classe, non è riuscita a fornire una narrazione alternativa che aggregasse una comunità attorno ad un progetto. L’internazionalismo è diventato sinonimo della globalizzazione liberale, un fenomeno che ha sollevato intere parti del mondo dalla soglia di povertà ma al prezzo dell’instaurazione di società di mercato che hanno svuotato di contenuto molte democrazie e amplificato le diseguaglianze interne dei paesi sviluppati.

La sinistra, per ridefinirsi, deve ripartire dalla visione di lungo termine che ha rinunciato ad avere. La più grande sconfitta del Partito Democratico – la stessa di altri partiti progressisti stranieri – è stata quella di fermarsi al presente, vedendo se stessi come un traguardo e non come un passaggio verso un obiettivo comune. L’unione dei progressisti è diventata il compiersi di un percorso senza che fosse mai stata delineata una meta. Persino la vocazione maggioritaria, di per sé, non può essere un fine ma solo uno strumento per il raggiungimento di una destinazione. Per salvare la sinistra è necessario riprendere e rimodernare gli obiettivi di lungo termine del pensiero socialdemocratico per ricominciare a fare politica e non fermarsi alla mera amministrazione.

 

Fantasmi del passato

Ricordiamoci da dove veniamo per capire dove vogliamo andare. Il pensiero socialista e socialdemocratico è sempre stato di matrice internazionalista, basti pensare al famoso estratto marxista del Manifesto del Partito Comunista: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. L’utopia socialista immaginava che l’unità dei lavoratori contro le classi dominanti avrebbe portato nel lungo termine e a seguito di una rivoluzione ad una società pacificata e senza classi, dove l’autogoverno avrebbe reso la politica stessa obsoleta e si sarebbe operato tutti insieme nell’interesse generale. La storia, purtroppo, ha mostrato tutte le ombre dietro un’utopia che con la scusa della causa socialista, riuscì a sostituirsi alla classe dominante per istituirne un’altra non meno oppressiva. Seppure il fattore aggregante fosse la classe operaia, il pensiero socialista era altamente illuminista, esaltava l’essere umano e la sua capacità di portare progresso. Il primato dell’universalità e dignità umana nel rispetto della natura e al netto delle distinzioni geografiche, etniche o religiose deve essere il pilastro fondante della nuova sinistra. Tanto tempo è passato dall’ultima Internazionale e tante lezioni sono state impartite dalla Storia, ma le precondizioni dietro le quali la si istituì – la contrapposizione ai poteri economici transnazionali di una forza politica internazionale che possa portare sul piano globale il conflitto capitale/lavoro – sono tuttora più che valide.

Anzi, il ragionamento fatto per la prima volta 150 anni fa è ancora più vero oggi, in cui la globalizzazione da un lato e la frammentazione dei corpi intermedi dall’altro spingono verso l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori. Inoltre, il mondo d’oggi presenta caratteristiche peculiari che accentuano ancor più la necessità di coordinamento globale. Si pensi a tutti quei fenomeni che hanno gravi esternalità negative transnazionali quali ad esempio il riscaldamento globale, la desertificazione o l’innalzamento del livello del mare. Questi eventi hanno impatti devastanti su molte popolazioni che pagano il prezzo di politiche e imprese industriali attuate da altri attori. Ma questi ultimi percepiscono vantaggi senza subire le conseguenze negative delle proprie scelte. Le nuove tecnologie, inoltre, permettono di varcare con estrema facilità i confini geografici nazionali, rendendo sempre più difficile la corretta tassazione delle transazioni finanziarie o anche solo ponendo fondati dubbi sulla giurisdizione da applicare. Un esempio controverso, in particolare, è quello dei trattati di libero scambio, in cui le entità statali (quindi rappresentanti della società e della popolazione) potrebbero trovarsi costrette a scendere a rapporti di livello inter pares, se non d’inferiorità, nei confronti di aziende private straniere qualora la legislazione nazionale si trovasse in contrasto con gli interessi diretti della parte lesa. In questo caso si nota in tutta la sua complessità il dilemma della sinistra liberale tra l’autogoverno democratico dei popoli e la libertà di scambio.

 

Fase R.E.M.

Nelle prossime righe vorrei piantare il seme di un’idea – opinabile, giusta, sbagliata o incompleta che sia – che ci costringa a ragionare insieme della sinistra che verrà. Superiamo, per qualche paragrafo, la situazione contingente. Scordiamo la crisi interna al nostro campo, ignoriamo la ricerca del consenso fine a se stessa e i personalismi senz’anima. Facciamo lo sforzo d’immaginare una proposta così visionaria da convincere militanti di tutto il mondo a dedicarci il proprio tempo, troviamo un ideale abbastanza grandioso da essere motivo per vivere e così nobile da essere causa per cui morire.

Al fine di dare soluzione alle questioni citate precedentemente, partirei dall’analisi di ciò che ha funzionato e – soprattutto – non ha funzionato nel processo d’integrazione europea, mettendo come orizzonte ideale quello che considero il traguardo ultimo della sinistra moderna: la ‘socialdemocrazia umana’. A differenza dell’internazionale socialista, la socialdemocrazia umana non avrebbe la pretesa di raggiungere una rivoluzione che porti ad un momento utopico di unità mondiale degli interessi, ma presupporrebbe l’istituzione a livello umano di luoghi preposti al confronto politico plurale e democratico sia per la risoluzione delle controversie tra Stati sovrani, sia per la rappresentanza e sintesi degli interessi presenti nelle singole società. Infatti la concordia tra nazioni non può che passare attraverso la democratizzazione e profonda riforma delle istituzioni internazionali (in particolare, l’Organizzazione delle Nazioni Unite) e l’adattamento di questi strumenti al nostro tempo. Da internazionalisti, non possiamo non credere nella necessità di un Parlamento mondiale eletto a suffragio universale, seppur tenendo in considerazione l’esistenza e l’importanza della degna rappresentanza delle società (o nazioni) affinché le singole identità non siano svilite.

Noi ripudiamo che la concordia mondiale si possa raggiungere attraverso l’egemonia religiosa o imperialista di una parte poiché riteniamo che la pace sia raggiungibile soltanto attraverso il governo comune dell’umanità, unita nella rappresentanza delle proprie istanze e attraverso la sintesi democratica delle necessità di tutti. Noi vogliamo ridurre le diseguaglianze economiche e sociali del genere umano affinché nessun membro di nessuna società si senta più oppresso. La nostra opera deve, sì, rispettare le comunità, ma rivolgersi ad ogni singolo individuo in quanto parte integrante del progresso comune. Tutto ciò implica la condivisione universale dei valori della civiltà umana e il rispetto della coesistenza delle diversità sia all’interno delle società sia tra esse. Coloro che si pongono al di fuori del rispetto dei diritti umani altrui si estraniano dalla civiltà; per questa ragione, è fondamentale che il nostro messaggio universalista e di sinistra sia sentito in ogni parte del pianeta. Attraverso la cooperazione e la condivisione del progresso – non il conflitto per interessi delle singole società – porteremo i popoli alla concordia. Noi non vogliamo dividere il mondo tra eterni vincitori ed eterni sconfitti, ma pensiamo che i più fortunati e i più meritevoli abbiano l’obbligo sociale di aiutare i vinti a rialzarsi. Noi non crediamo che chiedere ai più ricchi di contribuire maggiormente al processo di emancipazione delle fasce più deboli attraverso una tassazione progressiva sia lo svilimento del merito e siamo fermamente convinti che fornire a tutti i giusti mezzi di riscatto sociale sia la condizione indispensabile senza la quale il merito porti troppo spesso a supremazia di classe. In definitiva, noi vogliamo che le forze economiche non opprimano gli individui, ma ne siano al servizio.

Nella nascita di un progetto simile, dal punto di vista tecnico, ci sarebbe anche una rivoluzione concettuale: il superamento della competenza legislativa geografica e il raggiungimento di un’istituzione sovrana e democratica applicabile all’intera umanità. Ciò risolverebbe la giurisdizione in tutti quei casi in cui si opera sotto il lacunoso e troppo spesso anarchico diritto internazionale, fornendo alla politica un ambito in cui finalmente riuscire ad incidere in temi come il capitale e l’ecologia globale. I socialisti democratici, in una sede democratica globale, potrebbero finalmente spingere per l’istituzione di un vero sistema di redistribuzione della ricchezza mondiale, lottare per la tutela di servizi pubblici universali che garantiscano lo sviluppo dell’intera società umana nella consapevolezza che le risorse naturali a nostra disposizione sono limitate. Basti pensare all’impatto positivo per tutti noi se vi fosse un sistema scolastico pubblico mondiale a sostegno degli stati più poveri, se ci fosse un diritto del lavoro globale con un processo di contrattazione sindacale mondiale che ponga fine al social dumping, oppure se si globalizzassero le forze per i progetti di frontiera del progresso umano, come ad esempio l’industria aerospaziale. La socialdemocrazia umana potrebbe addirittura essere la prima forza ad attuare un vero disarmo mondiale, una struttura che possa essere pronta a gestire migrazioni oppure il mutamento del lavoro a fronte del progresso tecnologico.

 

Risveglio

È giunta l’ora, però, di smettere di sognare. Il mondo va verso una direzione sovranista e la sinistra, anche quando prova a porre un’agenda alternativa, pare dirigersi verso un ritorno alla socialdemocrazia nazionale, forse sottovalutando la fragilità di quel sistema in assenza di coordinamento internazionale. Inoltre, conciliare internazionalismo ed identità senza che i soggetti sovranazionali vengano percepiti come “corpi estranei” è un processo complesso e faticoso. Cosa fare, quindi? Credo che la sinistra debba trovare il coraggio di tornare a immaginare in grande, superando la fase post-ideologica, perché è attraverso le idee che un partito trova anima e base, e, in fondo, ognuno di noi lo sa bene.

La socialdemocrazia umana è al momento solo una fantasia scritta in queste righe. Sta a noi decidere se perseguirla, renderla una realtà affrontando tutte le difficoltà contingenti e ricordando a tutti i progressisti del mondo la bellezza dei nostri ideali. Le destre si sono sempre nutrite delle divisioni degli oppressi e dei deboli: hanno tentato di dividerci tra cittadini e stranieri, tra devoti e infedeli, tra meritevoli (momentaneamente) più fortunati ed emarginati. Loro vedranno in questo mondo diviso ed iniquo una conquista, la loro frontiera del progresso.

Noi internazionalisti socialdemocratici crediamo in qualcosa di diverso. Crediamo che attraverso la solidarietà internazionale si possa portare un po’ di luce nell’ombra delle promesse mendaci di nazionalisti ed estremisti religiosi. Noi abbiamo la forza di credere che si possa e si debba costruire un mondo migliore attraverso la consapevolezza che la fame di un bambino sul ciglio di una strada del Venezuela è la nostra fame, che gli sforzi di una donna siriana in cerca di pace e sicurezza dalla guerra sono i nostri sforzi, che la paura di un uomo innocente di poter essere freddato per le strade delle Filippine con il tacito assenso del governo è la nostra paura, che il fallimento nel garantire la salvaguardia di bisogni e sicurezza per tutti gli sfruttati ed oppressi del mondo è il nostro fallimento.

Qualcuno probabilmente penserà che si stia pensando troppo in grande, che si stanno solo gettando parole al vento. Io credo che sia arrivato il momento di ricordarci come i sogni diventano realtà. Citando Antoine De Saint Exupéry: “Se vuoi costruire una nave non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato.”
 

 


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Pubblicato da : Alessandro Pirisi

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