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Diseguaglianze, crescita, muri

Di
(Foto CC ep_jhu)

(Foto CC ep_jhu)

“Perciò è una grande fortuna che i cittadini effettivi abbiano una ricchezza sufficiente e immediata, perché, dove gli uni posseggono troppo e gli altri nulla, si giunge alla democrazia estrema o all’oligarchia pura o alla tirannide determinata dagli eccessi degli uni o degli altri”. 
 

Con queste parole Aristotele, nella Politica,  avvertiva rispetto ai rischi di una divaricazione eccessiva nella distribuzione della ricchezza per la tenuta della Polis. Quella posta dal filosofo greco è una questione antica che nella storia ha mosso pensatori, uomini di Stato, movimenti politici, economisti, studiosi. Tuttavia, negli ultimi decenni, essa è stata espunta dal dibattito pubblico, ignorata sia dai policy maker sia dagli studiosi e, in maniera deliberata, dagli economisti.
 

Nei giorni in cui iniziavo a scrivere questo articolo ci lasciava, all’età di 72 anni, Anthony Atkinson, uno dei pionieri degli studi sulle diseguaglianze. Un economista poco mainstream, che ha iniziato a studiare il tema in un tempo in cui il loro livello era tanto basso da far illudere in  molti che ci si trovasse in una fase nuova e avanzata del capitalismo che aveva ormai archiviato la questione. Siamo nel bel mezzo dei “Trenta Gloriosi”, gli anni in cui anche il più fervente conservatore era attento a difendere le conquiste dello stato sociale, dell’economia mista, l’importanza dell’intervento pubblico, quel modello che gli anglosassoni chiamano embedded liberalism. Un mix di libero mercato e di ruolo attivo dello Stato sia nello stimolo alla domanda che nel deciso utilizzo della leva fiscale a fini redistributivi. Per dirla con uno slogan dei socialdemocratici tedeschi del 1959: “So viel Markt wie möglich; so viel Staat wie nötig” (“Più mercato possibile, e tutto lo Stato che occorre”). Un modello vittorioso al punto che alcuni anni dopo venne attribuita al Presidente conservatore Richard Nixon la frase: “We are all Keynesians now”. “Adesso siamo tutti Keynesiani”. Si tratta di un’attribuzione molto probabilmente falsa. Poco importa in realtà, poiché essa aiuta a descrivere il clima di consenso unanime verso quel modello economico e sociale.  Per sentire lo scarto rispetto ai nostri giorni basta ripescare una frase di Peter Mandelson, uno dei principali ideologi della svolta del New Labour,  riportata in un articolo apparso sul Time nel 2002: “Adesso siamo tutti Thacheriani!”
 

In molti, negli anni successivi alla crisi del 2008, si sono interrogati sul parallelismo tra le condizioni che anticiparono la crisi del ‘29  e gli eventi che hanno preceduto l’ultima virulenta crisi del 2008. La crisi economica e finanziaria ha contribuito a riportare alla luce del sole un dibattito seppellito da decenni. Da allora, abbiamo assistito a un’esplosione di studi e pubblicazioni sull’aumento inaccettabile delle diseguaglianze e sul loro impatto negativo sulla crescita. Il tema è diventato centrale anche nel dibattito delle principali istituzioni economiche e finanziarie. Per intenderci, le stesse istituzioni che dalla fine degli anni ’70 sono state protagoniste dell’ondata di deregolamentazioni, apertura dei mercati e nuove politiche fiscali ed economiche che hanno radicalmente modificato il paesaggio sociale del mondo occidentale. L’impatto delle diseguaglianze sulle nostre società ha raggiunto livelli tanto allarmanti che persino il Fondo monetario internazionale, ormai in numerose pubblicazioni, pone l’accento sul loro peso negativo sulla crescita economica. Il Washington Consensus inizia a vacillare e un dibattito ricco e approfondito anima gli economisti di tutto il mondo. Tuttavia, il tema stenta a diventare centrale nell’agenda politica. Si dice che le forze motrici della diseguaglianza sono di carattere globale e che quindi gli Stati nazionali non sono in grado di dominarle.
 

Ma come siamo arrivati sin qui? Come è avvenuto? Perché oggi nonostante il tema torni alla ribalta si stenta ad andare oltre la denuncia?


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Pubblicato da : Luca Spataro, rubriche

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