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Lo Stato Presente

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Lo Stato Presente

Abbiamo pensato che il mondo sarebbe andato inesorabilmente verso tempi migliori sotto l’inarrestabile spinta dell’economia globale.

Abbiamo pensato che il compito della politica fosse rimasto soltanto quello di rimuovere gli ostacoli che impedivano al mercato il suo sviluppo.

Al mercato avrebbe fatto seguito la democrazia come l’intendenza di napoleonica memoria.

Non è andata così. Il problema è che da molti anni si è compreso che le cose non stavano andando in questo senso e, dalla crisi del 2008, questo fatto è così evidente che soltanto chi non vuol vederlo non lo vede. Eppure si è rimossa e si è continuata a rimuovere questa evidenza.

Si è considerata la crisi una parentesi e la soluzione, ancora una volta, da cercare nell’integrazione dei mercati, considerando ogni regola in grado di guidare questi processi un intralcio.

Non si è voluto vedere come proprio l’assenza di regole abbia costituito la causa della crisi e a prescindere da essa, come lo sviluppo globale di per sé non risolva le contraddizioni da esso generate.

Così, se attorno all’occidente si sono generate reazioni di ripulsa anche violente e regressive al modello culturale che ha fatto da apripista allo sviluppo globale, nel cuore dell’occidente stesso le nuove disuguaglianze e le crescenti incertezze generate da questo nuovo stato delle cose hanno fatto crescere un diffuso sentimento di rifiuto per le istituzioni e per il modello sociale che si riteneva avrebbe dovuto connotare il mondo intero.

E così, paradossalmente, a un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, la destra populista europea, uscita fortemente rafforzata dalla crisi, cerca un modello di riferimento nella Russia di Putin.

La sinistra divisa fra ingenuo globalismo, rifiuto ideologico della realtà e l’illusione di una trincea nazionale in grado di resistere all’impatto dei grandi cambiamenti, non appare in grado di guidare questa nuova e confusa fase: ha smarrito per strada strumenti e letture di cui pure disponeva e grazie alle quali aveva largamente diffidato della razionalità dei mercati.

Appesantita da luoghi comuni liberisti, oggi stenta a dire che il re è nudo né sa dire quali nuovi abiti possa vestire.

Noi vogliamo discutere di questo. E cioè di come recuperare una distanza critica dal quel succedaneo del liberismo degli anni 80 sposato dalla destra e rappresentato della infatuazione globalista che ha costituito il riferimento ideologico della sinistra di governo dagli anni 90 sino ad oggi.

Per farlo è necessario affermare con forza che serve una guida dei processi economici e sociali. Non mettiamo la testa sotto la sabbia. Sappiamo che la globalizzazione è indotta da acquisizioni tecnologiche irreversibili e che il suo dispiegarsi ha consentito a un enorme numero di uomini e donne di uscire dalla miseria e dalla denutrizione, ma sappiamo anche che senza una guida politica di questi grandi cambiamenti anche questi progressi rischiano di essere travolti dalle dinamiche di un mondo diventato instabile.

E sappiamo che la democrazia, almeno così come noi la concepiamo, rischia di essere travolta dalla forza senza volto della finanza globale e dall’impatto che essa ha sui precari equilibri sociali e istituzionali delle nostre società.

Per questo è tempo di tornare a guardare il mondo con occhi critici e nuovi, senza retaggi di vecchie ideologie: quelle che vedono nel dominio dello Stato sul mercato la condizione per la liberazione individuale e collettiva, ma anche quelle che continuano a proporre nel mercato l’unico principio di realtà e in ogni spazio pubblico il regno del maligno.

Affermare questo significa assumersi l’onere di ricercare nuovi strumenti per governare i nuovi processi. Progettare istituzioni nuove, interrogarsi sull’attualità di quelle di cui disponiamo, sottoporre al vaglio critico gli stereotipi che accompagnano il dibattito pubblico su questi temi.

Se la ragione d’essere della sinistra è l’eguaglianza, allora essa non può sopravvivere alla crisi degli strumenti in grado di realizzarla.

A questa crisi deve dare una risposta, e tanta parte della risposta sta nello Stato. In quello presente.

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Pubblicato da : Andrea Orlando

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