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Il ritorno dello Stato

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Il ritorno dello Stato

“Ci siamo liberati della tesi di metà Novecento (mai condivisa da tutti, ma certamente molto diffusa) secondo cui lo Stato rappresenta probabilmente la soluzione migliore a qualunque problema. Ora dobbiamo liberarci dell’idea opposta, e cioè che lo Stato –sempre per definizione- sia l’opzione peggiore fra quelle disponibili”.
Tony Judt scriveva queste parole nel suo ultimo libro, “Guasto è il mondo”, nel 2010, pochi mesi prima di morire. E potremmo attribuire il suo invito a rivalutare lo Stato al fatto che ancora non c’era stata Brexit, che Donald Trump non aveva vinto le elezioni americane, che non era insomma così visibile e concreto com’è oggi il ricorso allo Stato nazionale per dar corpo alla voglia di chiusura e di vero e proprio protezionismo di fasce divenute maggioritarie dei suoi cittadini. Sbaglieremmo però a leggerlo così, perché nello stesso libro Judt si soffermava anche sull’“appeal crescente del protezionismo nella politica americana, il successo dei partiti anti-immigrati in tutta l’Europa occidentale, le onnipresenti richieste di muri, barriere e test”.
Non gli sfuggiva dunque il lato oscuro del ritorno di fiamma dello Stato in tempi di globalizzazione matura e di integrazione sovranazionale avanzata, specie da noi in Europa. Ma era, appunto, il lato oscuro, perché c’erano a suo avviso altre e ben diverse ragioni per non ritenere in ogni evenienza lo Stato l’opzione peggiore fra quelle disponibili. Intanto ciò che emergeva dai rapporti fra mercato e azione pubblica durante la grande crisi economico-finanziaria nella quale nel 2010 eravamo ancora immersi. La crisi era stata a dir poco agevolata dall’eccesso di fiducia che si era avuta nel mercato, consentendo così all’irresponsabilità di prendere il posto di regole che o non c’erano o non erano state applicate. E alla sua soluzione si stava andando con dosi massicce di intervento pubblico. Di sicuro, in frangenti tanto difficili e rilevanti, il mercato aveva fragorosamente contraddetto la grund norm dei neo liberisti e cioè che esso sappia prendere cura di sé e rimediare da solo agli squilibri che crea.
Non era stato così. Prive di ogni remora legale, le banche americane avevano concesso prestiti senza neppure più valutare la rischiosità di ciascun mutuatario, tanto il prestito veniva impacchettato in titoli strutturati, venduti poi sul mercato in modo da scaricare il rischio al di fuori di sé. Per non parlare dei titoli , i c.d. cds (credit default swaps), che servivano ad assicurare quei titoli e che, se emessi dalle stesse assicurazioni, coinvolgevano nel rischio anche i risparmi destinati alle pensioni e meritevoli, per questa sola ragione, di investimenti ben diversi (non a caso l’Aig, una delle principali compagnie assicuratrici americane, ha rischiato il fallimento ed è stata salvata dal Governo). Quando i nodi sono venuti al pettine, finanche negli Stati Uniti si è arrivati non solo a forti rimedi regolatori, ma addirittura, per evitare guai sistemici a catena, alla acquisizione pubblica delle banche, così da rimetterle a posto prima di farle tornare in mani private. Per il mercato un’umiliazione non piccola da parte dello Stato.
Ma non c’era solo questo a motivare le affermazioni di Judt, c’era tutto quello che era accaduto nei due decenni precedenti la crisi, i decenni nei quali si era affermata, urbi et orbi, la supremazia del mercato nei confronti di uno Stato che, da un lato con il crollo del comunismo, dall’altro con le crisi fiscali dovute in Occidente ai debiti pubblici e alla burocrazia, gli aveva lasciato conquistare una legittimazione ideologica e una libertà, che mai esso aveva avuto in passato.

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Pubblicato da : Giuliano Amato, rightslider

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